Il minimalismo paga, ma fino a un certo punto: questo soul, pure gradevole, si direbbe non essere valorizzato appieno da degli arrangiamenti che tendono a fare dell'essenzialità la loro ferrea fede. I momenti migliori sono in effetti quelli dove fanno capolino la sezione ritmica e un pizzico di elettricità vintage, non fosse altro perché è in essi che si stempera il carattere per certi versi ancora acerbo di una voce promettente come quella della nostra. In definitiva 12 pezzi non memorabili, ma con un'eleganza in nuce che fa ben sperare: restiamo sintonizzati.
Un album senza senso. Rock spigoloso ed elettronica quadrata si fondono insieme per dare alla luce dieci pezzi noiosi, gratuiti, inconsistenti: qualche guizzo creativo qua e là – fattosi largo tra mille, irritanti bluff – può poco nell'economia di questo The golden foretaste of Heaven, arenatosi su se stesso in virtù di chissà quale percorso intrapreso da Empire. Non ci resta – sulla scia del buon Mauro Roma di Ondarock - che sperare nel futuro.
Il progressive è fuori moda? Pazienza, sembrerebbero rispondere i Far Corner, che con questo Endangered ci ricordano come il genere possa essere altro che retoriche, virtuose piroette nostalgiche: può essere austerità e compattezza, ad esempio, declinate in tinte scure attraverso un lavoro di scrittura ed arrangiamento da manuale. 6 pezzi strumentali densi e affascinanti, e non una primadonna; una personalità smaccatamente anacronistica, ma anche intimamente genuina: in definitiva un ascolto diverso e consigliato.
Impressionante. Nel senso che fa impressione come tre virtuosi quali Tony MacAlpine, Virgil Donati e Villy Sheehan siano riusciti nell'impresa di dare alle stampe un lavoro insipido quando non accademico. Che il genere si presti – ci mette un attimo ad impolverarsi, il prog-rock strumentale – è fuor di dubbio, e tuttavia qualcosa in più si sarebbe potuto fare. Il mestiere che ci aspettavamo beninteso c'è tutto, e tuttavia esso viene declinato perlopiù in forme retoriche: peccato, perché lungo i 9 pezzi di cui si compone questo Clinophobia qualche idea interessante la si coglie. In definitiva un album da prendere con un paio di pinze, forte sulla carta (e in cuffia: le chitarre che fanno muro si direbbero imprescindibili...) ma deboluccio nella pratica.
Pare che i nostri – proiettati da quel di Bologna nell'universo brulicante di vita di MySpace – con il loro esordire abbiano raccolto apprezzamenti un po' ovunque. Non escludo quindi che sia direttamente il genere a non fare troppo per me, giacché questo My lonely and sad Waterloo non mi fa gridare al miracolo. Ben venga l'elettronica “da cameretta” - come ho letto da qualche parte – purché si capisca come al di là delle proprie quattro mura domestiche c'è un mondo intero che si nutre di qualcosa di più che altalenante malinconia adolescenziale in salsa sintetica. Si tratta di aspettare la prossima fatica, magari meno nerd e più concreta ? Può essere.
www.myspace.com/wearemyawesomemixtape
Il mio commento non è chiaro? Vi segnalo questa recensione di RockLab che a mio modo di vedere coglie perfettamente nel segno: http://www.rocklab.it/recensioni.php?id=2030. Buona lettura.
Ascoltare questo Go away white è un po' come guardare un pesce esotico in un acquario: se ne apprezzano colori e traiettorie, sapendo al contempo che le pareti di vetro che lo contengono sono invalicabili. Intendiamoci: questi 10 nuovi pezzi dei redivivi Bauhaus si fanno tranquillamente ascoltare, mettendo tuttavia in chiaro, da subito e inequivocabilmente, come essi non vogliano essere altro che epigoni – più o meno pallidi - di un'epoca quale quella della new wave, indimenticata – certo – e al contempo superata. Vi piace il genere? Bene, godetevi questo gratuito tuffo indietro nel tempo, nell'elettricità abrasiva, nelle ritmiche quadrate, nelle atmosfere cupe delle quali i nostri sono stati convinti e convincenti alfieri. Altrimenti cambiate acquario, e chi s'è visto s'è visto.
Gradevole e divertente, ma senza fare alcunché per lasciare davvero il segno. Questo The sun and the moon, a 2 anni di distanza dall'esordio omonimo dei nostri, consta di 11 canzoni che di rock non hanno che una patina, forti piuttosto di un'intima vocazione latamente popular, ammiccante fra l'altro agli '80. Elettricità ecumenica, scrittura ecumenica... risultato ecumenico, ovvero soddisfacente per tutti e al contempo per nessuno: la farina nel sacco dei Bravery non è chissà quanta, ed andare oltre l'apprezzamento epidermico di qualche episodio appare arduo.
La verità è che ho provato a stendere una mia opinione su questo album almeno una mezza dozzina di volte, di solito senza andare oltre le quattro righe. Perciò perché non prendere il toro per le corna? Premesso sinteticamente come Amen sia la fatica più politica e meno melodica dei nostri, credo proprio che farò ciò che solitamente mi lascia perplesso nelle recensioni che leggo, ovvero andare a zoomare sulle singole canzoni. Pronti?
No steinway / Spaghetti western: l'idea di collocare due ghost tracks all'inizio dell'album sa un po' di masturbazione mentale... e dire che Spaghetti western avrebbe potuto avere ben altri sviluppi.
E così sia: troppo forte la tentazione di aprire la scaletta ufficiale con uno strumentale tanto breve quanto noir, eh?
Colombo: tra le canzoni più sagaci, se non corrosive, di Amen. Intellettualmente ineccepibile, materialmente discutibile: tra le esasperanti distorsioni di Brasini, e il canto “à la Santa Maria Goretti” di Bastreghi, si ha la sensazione che si sia castrato un pezzo potenzialmente memorabile. Eppoi, suvvia: un finale appena meno brusco no?
Charlie fa surf: probabilmente il pezzo più melodico dell'album, epperò fra i meno convincenti. Efficace, per carità, ma deboluccio sul piano intellettuale: a conti fatti uno specchietto per le allodole, non a caso impiegato come singolo.
Il liberalismo ha i giorni contati: splendida! Un Bianconi in gran spolvero e un arrangiamento all'altezza. La combinazione fra un testo durissimo e una base che arriva perfino a profumare di sixties mi ricorda il modo di fare che saltuariamente ho apprezzato in altre produzioni italiane, Gazzé in testa.
L'aeroplano: gradevole nella sua disarmante amarezza, anche se tutto sommato non lascia il segno. Bello il ritornello, in ogni caso.
Baudelaire: fa capolino una vecchia amica dei nostri, ovvero l'elettronica. Pezzo efficace ed interessante, peccato che renda manifesta l'assenza di un tastierista come Massara.
L.: domata la chitarra di Brasini sembra quasi di tornare ai tempi – indimenticabili! - di La moda del lento. Tra i migliori pezzi dell'album: elegante, maestosa, perfino commovente.
Antropophagus: troppo. L'idea di partenza viene schiacciata da un arrangiamento che fa dei muri sonori la sua bandiera. L'outro strumentale è gratuito, c'è poco da fare.
Panico!: un divertissement che in quanto tale lascia un po' il tempo che trova, anche se l'intelligenza alla base di esso un sorriso lo strappa.
Alfredo: come rendere con delicatezza una tragedia come quella di Alfredo Rampi. Bella, niente da aggiungere.
Dark Room: idea interessante, realizzazione scialbetta. Eppoi: con gli archi qualcosina in più si poteva fare...
L'uomo del secolo: un pezzo praticamente massacrato dall'arrangiamento, e dire che il tema si sarebbe prestato a ben altro. Contenti loro...
La vita va: richiede più di un ascolto, ma finisce con il farsi apprezzare. Ricorda altri tempi, magari, ma questo a mio modo di vedere spesso e volentieri è un bene.
Ethiopia: strumentale di cui mi sfugge il senso. Che barbaro che sono...
Andarsene così: pezzo di chiusura, particolare e per certi versi affascinante. Pollice in alto.
Tiriamo le somme? Amen è un album che merita, e che probabilmente va a collocarsi una spanna sopra rispetto a quanto in Italia si ascolta solitamente. Va da sé come qua e là possa lasciare perplessi: del resto i Baustelle made in Warner cominciano forse solo ora a raggiungere un qualche equilibrio. La moda del lento pare ormai quasi del tutto archiviata, sicché non resta davvero che guardare avanti e sperare nel meglio.
Il mestiere c'è tutto, ma non ci troviamo di fronte ad un album accademico: Into the Blues regala più di qualche buona emozione, forte di un equilibrio riuscito fra blues – c'era da dubitarne? - e soul. La cura che informa tutta la scaletta permette di parlare di tredici pezzi eleganti e coerenti fra loro, pur nella diversità delle soluzioni; l'elettricità domina, ma senza cedere a cafonate o a virtuosismi sterili. Su tutto spicca la voce – affascinante! - della Armatrading, autentica mattatrice di questo gioco di incastri magari non memorabile, e tuttavia godibilissimo.
Ho fatto di tutto per farmi piacere, ascolto dopo ascolto, questo album: niente da fare. Seven Season vorrebbe porsi sulla scia di Concerto Grosso I e II, ma mentre questi ultimi rappresentano due capisaldi del progressive italiano degli anni '70, la nuova fatica di De Scalzi e Di Palo ha il sapore stucchevole della gratuità nostalgica. Ciò che aveva un senso trenta e passa anni fa oggi lo ha molto meno, soprattutto se tende ad ammantarsi ripetutamente di retorica: colori barocchi ed elettricità glam sono un connubio stra-abusato ormai un po' troppo avaro di autentiche emozioni. Poi d'accordo: ben vengano i testi in inglese di Shel Shapiro e la produzione esecutiva di Franz Di Cioccio, però non nascondiamoci dietro un dito: la stucchevolezza, tanto più se intellettuale, non paga.
Diciamolo pure: l'estetica musicale dei nostri, per così dire autunnale, si lascia apprezzare. Peccato che, a mio modo di vedere, essa non venga messa del tutto a frutto, vivendo piuttosto di alti e bassi: efficacissimi gli arrangiamenti, in grado di screziare l'elettricità di fondo con acusticità ed elettronica; meno efficaci le melodie del caso, che tendono più volte a soluzioni "già sentite". Bella l'atmosfera dominante - il vero perno di questo indie rock dal taglio domestico, vagamente malinconico se non nostalgico - meno belle le sbandate retoriche nelle quali la creatura di Rob Crow saltuariamente incappa. 11 brani da tenere presente, sapendo che - chissà? - si può anche dare di più.
Parte bene, il nostro, salvo finire per perdersi nell'arco di poco. La consistenza di questi 11 pezzi si direbbe via via scemare, o almeno: l'ascolto tende a farsi distratto, il che evidentemente non è un buon segno. Il fascino dell'elettronica chiaroscurale adottata da Gahan - pure curatissima, intendiamoci - risulta fin troppo stemperato dalle sbandate retoriche di cui la scaletta è disseminata; si aggiunga la tendenza a calcare la mano sulla cattiveria degli arrangiamenti, una tendenza che alla lunga assume i contorni della cafonata. Peccato: perché la voce di Gahan sa essere ammaliante, e viene da chiedersi a quali risultati potrebbe portare se calata in un contesto che - per una volta - prescindesse dai Depeche Mode e dalla loro vocazione.
Quando si dice "essere più realisti del re": quello dei Coral è un album che sembra uscito di peso dai Sixties della leggenda. 11 canzoni gradevoli - a tratti molto gradevoli - che ci riportano ai colori e alle soluzioni di decenni addietro: buono - e filologico - il gusto per la melodia, buona - e altrettanto filologica - l'elettricità composta su cui fa perno il tutto, ma aldilà della apprezzabile pulizia di questo Roots and Echoes, aldilà di questo e di quel rimando (e di quest'altro, e di quest'altraltro ancora), giunti al quinto album cos'hanno davvero da dire i nostri?
E' un songwriting elegante, quello di Brown, e perlopiù sostanzialmente gradevole: 11 canzoni all'insegna di un'acusticità essenziale, con più di un rimando alla scuola di Simon & Garfunkel. Bene così? Non del tutto, perché questo Separeted by the sea - pure non monotono - dopo un avvio brillante tende ad irrigidirsi, finendo per eclissare in parte - allusione dopo allusione - la personalità del nostro. Restiamo in ascolto.
Sono davvero buone, le frecce a disposizione dei nostri. Scrittura folk e propensione elettronica si combinano dando luogo ad un'alchimia affascinante dove il senso della misura non si perde mai: le 11 canzoni della scaletta scorrono piacevolmente, forti di melodie latamente retrò senza essere nostalgiche, di soluzioni cesellate senza essere cerebrali. Gradevole, intelligente, colorata: questa terza prova dei Tunng mette in luce un buongusto che sarà il caso di tenere d'occhio.
Liberi di non crederci, ma stendere un qualche giudizio su quest'album si è rivelato più complicato del previsto. Ascolto dopo ascolto, le carte dei nostri sembrerebbero essere in regola: stiamo parlando di un rock dal gusto beatlesiano, essenziale nella forma ma non certo lasciato al caso; di dieci canzoni gradevoli senza essere banali, in un'alternanza di umori che fa molto combriccola divertita, ma concreta. Eppure... il tutto si direbbe non decollare, non del tutto almeno: troppo sottile la sanguigna ironia accumulata dagli Spoon in oltre dieci anni di attività?
Un'occasione mancata, la nuova fatica del nostro. Perché ben venga il voler fuggire dal grigiore della banalità, ma la sostanza, la musica... dove sono? L'acume non manca, ma Castoldi parrebbe dimenticarsi come esso non può soverchiare la gradevolezza, sul piano degli arrangiamenti così come - soprattutto - su quello della scrittura. Un pizzico di umiltà e - forse - le intuizioni che qua e là si percepiscono avrebbero potuto prendere ben altro corpo; un pizzico di concretezza e - chissà? - l'alchimia dei colori, pure ricca e frizzante, avrebbe maggiormente colto nel segno. Undici canzoni a cui affiancare perlopiù un grosso punto interrogativo. E magari anche uno esclamativo...
Questo è un album che fa innervorsire: avrebbe potuto strappare più di un applauso, e invece... E invece il nostro decide di adottare la politica del "buona la prima", intellettualmente interessante - chissà? - ma materialmente opinabile. Gli 11 pezzi di cui si compone la scaletta non sono male: sono impregnati - e genuinamente - di quella piacevole combinazione fra rock, blues e soul che mi aspettavo, ma... il cesello dov'è? La volontà di sgrezzare, di concretizzare - piuttosto che di lasciare intuire - quanto di buono c'è dietro un simile lavoro? Ben vengano spontaneità e immediatezza, purché ci si ricordi che - in un certo qual modo - esse sono solo un mezzo, non il fine.
Bello, bello, bello. La malinconia chiaroscurale declinata in chiave folk-rock, capace di emozionare senza cafonaggini. Il senso della misura, ecco cosa va a segno in questo quinto album made in Texas dei nostri: l'intelligenza di fermarsi a 9 canzoni, gradevolmente cesellate senza risultare cerebrali; il gusto di combinare elettricità ed acusticità senza appoggiarsi a qualche colpo ad effetto, ma puntando piuttosto all'eleganza; la sensibilità di scrivere qualcosa di nuovo, senza cedere all'incoerenza. Tra i migliori ascolti dell'estate.
La promessa wave del nuovo millennio, ancora in parte da mantenere: i nostri danno alle stampe una terza prova gradevole ma non eclatante, priva per così dire di quel quid che permette di distinguere un album memorabile da uno di quelli che, pure dignitosi, dopo una manciata di ascolti restano a prendere polvere da qualche parte. Troppe aspettative per questo Our love to admire ? Forse sì: godiamoci allora quanto c'è di buono in questi 11 pezzi, in attesa di nuovi punti fermi.
Non escludo che questo Traineater non mi convinca per la stessa ragione che ad altri, magari, fa gridare al miracolo: la mia è solo un'opinione spiccia, vi pare? Tanto più che, in questo momento, tutto quello che mi viene da dire è che album simili servono a ribadire implicitamente come il senso della misura sia fra i beni più preziosi di cui un gruppo possa disporre. La seconda fatica dei Book of Knots è, in effetti... troppo. Troppo dissonante, soprattutto troppo gratuitamente: non si possono abolire i punti cardinali per sostenere poi che è l'assenza di una direzione l'ultima, vera strada da percorrere. Recital e batterie distorte, chitarre sature e manipolazioni elettroniche: qualche brivido ambient questi quattordici pezzi - e intermezzi - lo regalano, ma non sarà un po' troppo poca cosa?
Il problema delle bollicine è che divertono ma non durano un granché, e in effetti questo Wait for me difficilmente sopravviverà all'estate. Stringi stringi, quello dei Pigeon Detectives è un rock dalle superficiali venature punk e dall'adolescenziale anima pop, articolato in 13 pezzi senza troppa infamia e senza troppa lode: i nostri sembrerebbero mimetizzarsi fra decine di altre produzioni made in UK, perfette per una serata di frizzante disimpegno a bordo vasca, un po' meno per altre situazioni...
Ottima seconda prova di un'artista che promette non bene: benissimo. A quattro anni da Indirizzo portoghese la Laquidara da alle stampe 13 pezzi affascinanti, forti di un elegantissimo equilibrio fra jazz e pop nonché di una produzione internazionale - affidata a Arto Lindsay e Patrick Dillett - discreta nelle forme quanto efficace negli esiti. Ad accompagnare la splendida, sensuale voce della nostra troviamo una riuscita alchimia tra la dominante delicatezza acustica e la ricercatezza elettrica - e persino elettronica? - a margine, il tutto condito da screziature per così dire latin perfettamente credibili. Da segnalare la mano di Pacifico dietro Chiaro e gelido mattino: solo una fra le varie collaborazioni riuscite di questa fatica. In definitiva un album all'insegna di gradevolezza, personalità, intelligenza.
La cosa curiosa è che questo Asa Breed non mi è dispiaciuto per la stessa ragione che lascia perplesso il buon Vianello di Ondarock, ovvero il declinare la vocazione dance del nostro nella forma-canzone. Perché diciamolo: pure latamente ballabili, questi 12 brani non sono che canzoni pop, elettroniche e persino dissonanti quanto si vuole, ma pur sempre canzoni pop, imperniate su di una gradevolezza per così dire in chiaroscuro. Sottesa al tutto una sottile inquietudine, effetto - o piuttosto causa? - dell'ossessività delle ritmiche, della pesantezza delle atmosfere, della spigolosità dei colori. In definitiva un album ibrido che - come tutti gli album ibridi - può far al contempo sperare e disperare: dove lo mettiamo il fascino dell'ambiguo?
Voto 6,5
Fulgentio
D'accordo il vintage, purché non si arrivi alla stucchevolezza: purchè i nostri, dallo sfoggiare un sanguigno, salutare orgoglio rock d'altri tempi, non passino con questi 13 pezzi al revival nostalgico e gratuito dell'elettricità che fu e che non è più. C'è del rock, in questo Icky Thump, ma anche del blues e del country; c'è l'immediatezza a cui siamo abituati, ma anche una produzione eseguita al Blackbird Studio di G.Massenburg; c'è, più in generale, la formula vincente, persino autoironica, che mi aspettavo da quella volpe di Jack White, ma anche qualche scricchiolio: ci vuole un attimo, perché lo spettacolo in maschera diventi una semplice pagliacciata.
Voto 5,5
Fulgentio
Lì per lì, lo dico francamente, questa seconda prova della creatura di Dan Snaith - già andato a segno nel 2005 con The milk of human kindness - non mi aveva fatto né caldo né freddo: è riascoltandola che ne ho apprezzato tanto l'estetica di fondo quanto il risultato immediato. Andorra si concreta in 9 canzoni gradevoli ma non superficiali, profumate di sixties senza risultare vacuamente nostalgiche: una giostra di colori - elettrici, in primo luogo, e poi elettronici - per certi versi fuori dal tempo, magari non folgorante ma certo dotata di un fascino sottile, capace di fare poco a poco presa. Un album che si abbina perfettamente agli scorci malinconici di fine estate...
Voto 7
Fulgentio
E' un songwriting delicato ma non necessariamente vacuo, quello della nostra: personalità e cura si sommano nell'animare 11 pezzi sostanzialmente folk che scorrono gradevolmente, forti del fascino discreto dell'essenzialità. Un plauso lo merita l'energica voce - dal sapore per così dire infantile - della Mitchell, che non rinuncia a seguire melodie orecchiabili senza per questo imboccare le soluzioni stilistiche più in voga (il sussurrare dall'inizio alla fine, tanto per capirsi); un altro plauso va al gusto nell'aver impreziosito l'acusticità di fondo di questo The brightness con mirati inserti elettrici e ritmici. Peccato per il tono generale che sembrerebbe tendere a calare nella seconda parte della scaletta...
Voto 6,5
Fulgentio
Un post per ricordare quanto possa essere piacevole ascoltare una webradio. Una postilla per precisare come si possa fare anche qualcosa in più, che ascoltare semplicemente. Tutto sta ad avere a portata di mano, oltre ad una connessione veloce, un player come l'ecumenico Winamp ed il plugin opensource Streamripper.
Alcune webradio con una trasmissione di buona qualità ed una playlist interessante:
Rock, progressive e psichedelia – spesso d'annata - secondo un'ottica europea.
www.morow.com e www.stellar-attraction.com
Ancora rock e progressive, ma con un taglio più internazionale e, per certi versi, un po' meno nostalgico.
www.beyondthebeatgeneration.com
Una sorta di archivio musicale di un periodo ben delineato: 1965-1969. Se vi divertite a risalire l'albero genealogico dei generi...
Webradio generalista, ma all'insegna dei grandi pezzi – spesso, ma non sempre, noti a tutti – del rock e del pop.
Una piacevolissima sorpresa. Musica valida, senza restrizione di genere, realizzata da perfetti sconosciuti o quasi. BuoneFrequenze se ne dovrà occupare, no?
Fulgentio
Sascha Ring prova a fare il furbo, ma a conti fatti gli va male: mi trova d'accordo il buon Vianello di Ondarock, quando scrive che questo Walls vive di idee pallide trascinate per 13 pezzi, di soluzioni altrui combinate con mestiere. Il merletto elettronico del nostro, tendente allo strumentale, si pretende affascinante quando a ben guardare risulta spesso inconsistente: inserti acustici già sentiti, pieni e vuoti gratuiti... persino direzioni incerte? Se si esce dall'ambito del sottofondo, la luce riflessa abbaglia solo raramente.
Voto 5
Fulgentio
Mentirei se dicessi che questo è uno di quegli esordi folgoranti che lasciano il segno. Però, al contempo, sarebbe ingiusto negare ai nostri - pure svezzati da qualche EP - quel pizzico di gradevolezza ambigua propria di certi incipit: gli 11 pezzi scorrono - per così dire - a corrente alternata, ma nel complesso si fanno ascoltare. Rock-pop esteticamente lieve, piuttosto che vacuo? Immediato, piuttosto che retorico? Certo tutto meno che rivoluzionario, ma maledettamente easy: se questo sia un bene o un male credo potremo scoprirlo solo con una seconda prova.
www.voxtrot.net
Voto 6
Fulgentio