MUSE - THE RESISTANCE (Warner 2009)

MASTODON - CRACK THE SKYE (Warner Bros 2009)
Palliduccio connubio fra estetica metal e scrittura progressive. Dietro gli imprescindibili muri di chitarre, dietro i cambi di tempo e la poliritmia, si annida la stanchezza di un discorso che, oggi come oggi, appare un po’ asfittico. Qualche momento suggestivo, lungo i sette pezzi di questo Crack the skye, i nostri ce lo regalano pure, squarciando di quando in quando le dominanti atmosfere cupe: poca roba, però, se messa a paragone con lo sforzo di chi ascolta di non far evaporare – tutto e subito – il resto. I Mastodon sono già alla quarta prova: se davvero c’è speranza per la loro formula, sarà ora di tirare fuori dal cilindro il coniglio bianco.
ROBYN HITCHCOCK & THE VENUS 3 - GOODNIGHT OSLO (Proper / IRD 2009)

PHANTOM BAND - CHECKMATE SAVAGE (Chemikal Underground 2009)
Interessante, o per lo meno gradevole. I nostri sei highlanders esordiscono mettendo sul piatto un'alchimia fatta di elettricità pop - persino new wave? - e di elettronica misurata, dove i pieni e i vuoti - e gli spigoli e le curve - si alternano efficacemente, a tratti persino ammaliando. Non c'è la propensione ad infiocchettare il tutto con inutili orpelli, e dire che questi nove pezzi, nel loro incedere quadrato, hanno una durata superiore alla media; la densità – ecco: la densità - si fa largo un ascolto dopo laltro, lasciando apprezzare l'ambiguità di fondo di una simile estetica. I rimandi - quelli stigmatizzati dal buon Alessandro Nalon di Ondarock - ci sono tutti, ma parlare di fusione a freddo, o peggio di saccheggio gratuito, sarebbe improprio: questo Checkmate Savage si fa ascoltare e ri-ascoltare più che piacevolmente. Quanto al futuro vedremo, no?
IT HUGS BACK - INSIDE YOUR GUITAR (4AD 2009)

AKRON/FAMILY - SET 'EM WILD, SET 'EM FREE (Dead Oceans 2009)

PACIFICO - DENTRO OGNI CASA (Sugarmusic 2009)
Un album gradevole, benché qualche distinguo si renda necessario. La quarta prova del nostro si dimostra meno naif di quanto mi sarei aspettato: la scrittura si è fatta più spigolosa, e anche la produzione ha visto il ridimensionarsi di quella patina di giocosa domesticità che nel bene e nel male era stata assunta a cifra stilistica. Le costanti di Pacifico – il gusto intimista della melodia, da una parte, e il connubio fra elettricità ed elettronica dall'altra – perdurano indefesse pur senza riuscire a dare vita a delle immagini sempre perfettamente nitide: qui e lì il senso di frammentarietà, di incompiuto, fa capolino. In definitiva dieci pezzi sopra la media – forti anche del cameo struggente della Nannini in Tu che sei parte di me e di quello di Malika Ayane in Verrà l'estate – ma obiettivamente non miracolati: da uno degli autori più interessanti della musica italiana contemporanea qualcosa in più mi avrebbe fatto piacere.
TWISTED WHEEL - TWISTED WHEEL (Sony 2009)

GOSSIP - MUSIC FOR MEN (Columbia 2009)

MOBY - WAIT FOR ME (Mute 2009)
Imbarazzante. Non vedo in quale altro modo definire un album inconcludente che si pretende cool come solo un album di Moby può fare. Il nostro è un personaggio di quelli che fanno colpo - non ci piove - ma nel 2009 ha davvero qualcosa da dirci? Nella mia pochezza proprio non riesco a intravedere un qualche barlume di genialità in questo "Wait for me", che si trascina stanco, pallido, gratuito per la bellezza di sedici pezzi sedici: tutto appare frammentato, la forma come il contenuto, senza che l'elettronica hobbystica che ben conosciamo riesca davvero a tenere insieme i vari tasselli. A essere maligni si potrebbe pensare che il nostro, alla nona prova, si nasconda dietro il paravento del minimalismo intimista per campare in realtà di rendita: un album del genere, accreditato a qualcuno che non sia lautore di Porcelain, quanto successo riscuoterebbe?
ALELA DIANE - TO BE STILL (Rough Trade 2009)

Quello della nostra, giunta alla seconda prova, è un songwriting per così dire innocuo: gradevole e tuttavia incapace di lasciare davvero il segno. Gli 11 pezzi che compongono la scaletta scorrono all’insegna di un’acusticità essenziale, curata – certamente – ma priva di quella scintilla che avrebbe permesso di marcare la differenza fra questo album e diversi altri del genere; piacevoli ed orecchiabili le melodie, ma anche qui il registro sembra troppo misurato. Se vi piace particolarmente il folk domestico e state pensando ad allestire la colonna sonora del vostro autunno 2009 siete sulla buona strada; altrimenti – checché ne dica il buon Russo di Ondarock – potete passare oltre.
Ascoltare musica fa bene. Ma anche ri-ascoltarla non è che faccia male. Prendiamo “The crying light”: sulle prime avevo trovato deludente l’estetica di fondo di un simile songwriting, sicché ero pronto a stroncarlo in quattro e quattr’otto. Riascoltarlo con più attenzione, nel silenzio piuttosto che in mezzo al traffico perugino, mi ha invece portato ad apprezzarne l’intimità e al contempo la potenza, seppur dissimulata: arrangiamenti raffinati quanto essenziali – forse troppo essenziali? - accompagnano con discrezione, nella loro prevalente acusticità, una voce straordinaria capace come poche di trasmettere vivide emozioni. Certo: nell’ascoltare questi dieci pezzi si può avere la sensazione di avere di volta in volta a che fare con il medesimo discorso affrontato da un’angolazione appena differente, sicché non resta che decidere se applaudire la coerenza o pretendere un pizzico di eterogeneità in più. Io direi di aspettare con fiducia una quarta prova dei nostri…
http://www.anthonyandthejohnsons.com
Un esordio che mi lascia perplesso, peraltro a partire da più punti di vista. Dov’è la scrittura compiuta? Quello che si ascolta è un calderone di idee spesso soltanto abbozzate, alternate di quando in quando a rimandi ad un rock d’altri tempi. Dov’è l’arrangiamento? Un conto è la propensione garage, l’idea consapevole di muoversi su di una linea di ruvidezza ed essenzialità; un altro conto è l’annichilimento adolescenziale del suono, il mortificare la produzione fregandosene bellamente di “dettagli” come – che so? – la resa della melodia. In definitiva tredici brani che non fanno molto per mettere a proprio agio l’ascoltatore: se anche sotto ci fosse qualcosa di davvero interessante – come sostiene il buon Saran di Ondarock - a mio parere c’è parecchio da scavare.
http://www.myspace.com/crystalantlers
Un album interessante, non fosse altro per l’idea di declinare in chiave smaccatamente elettronica un’estetica fondamentalmente folk-pop. Sagaci sintetizzatori formato giocattolo, ora eterei ora lo-fi, accompagnano melodie e cadenze che sembrano rimandare ad un’altra epoca, ad un’altra attitudine: il risultato suona nuovo, e allo stesso tempo familiare. Lungo gli undici pezzi che compongono la scaletta qualche cedimento dell’alchimia lo si nota, ma non si può pretendere dai nostri – alla quinta prova in sei anni - la perfezione: questo “Merriweather Post Pavilion”, pure non necessariamente immediato, sulla media e lunga distanza si fa apprezzare.
http://www.myspace.com/animalcollectivetheband
Sarà che le ferie sono finite, sarà che le giornate si accorciano, sarà che non ci sono più i giovani d’oggi di una volta… sta di fatto che qui ed ora una piccola, sterile parentesi polemica mi sento in diritto di aprirla. Negli ultimi, indaffaratissimi mesi ho accumulato diversa musica da ascoltare; nello scandagliarla per Buone Frequenze ho messo a fuoco d’un tratto una realtà che avevo percepito solo inconsciamente: nella prima metà del 2009 sono tornati a farsi sentire, fra gli altri, Bruce Springsteen, U2 e Depeche Mode.
Va da sé come si sia trattato di un ritorno in pompa magna: battage pubblicitario di prim’ordine, copertine a destra e a sinistra, interviste e recensioni. Mi sono detto: “ascoltiamolo, questo fiore della gioventù musicale, e sentiamo cosa ha da dirci”. Pessima idea: non perché “Working on a dream”, “No line on the horizon” e “Sounds of the Universe” risultino essere album orrendi – suvvia, parliamo di professionisti con qualche decennio di mestiere sulle spalle – ma perché di fatto non aggiungono nulla di nuovo a quanto già abbiamo sentito – giustappunto – nel corso dei decenni.
Mi si dirà: “il Boss è il Boss, non puoi pretendere che molli baracca e burattini e si dia alla fusion; al contempo gli U2, che già una volta si sono scottati con l'elettronica, non sono interessati alla calypso, e i Depeche a cappella semplicemente non funzionano”. Vero, ma assodato da una parte che chi nasce tondo non muore quadrato, e dall’altra che ci sono persone che sono trent’anni – trenta! - che rotolano indefessamente, che senso ha questo dispiegamento di allori e incensi? Non sarebbe più ragionevole, da parte dell’industria musicale e del giornalismo ad essa connessa, puntare qualcosina in più sulla musica autenticamente radicata qui ed ora, e qualcosina in meno su queste forme di esercizi di stile, gradevoli quanto si vuole ma a tratti fin troppo sterili? Sia chiaro: intendo “ragionevole” da un punto di vista estetico, se non vogliamo dire artistico; se invece vogliamo parlare di rassicuranti dati di vendita continuiamo pure così: largo ai giovani.
Fulgentio
Definirlo un album del tutto sconosciuto è un po’ azzardato - parliamo pur sempre di un album dei Queen ! - e tuttavia è pacifico come in fatto di popolarità “A night at the opera” (1975) o “Innuendo” (1991) siano anni luce avanti. Pazienza: “Queen II” rappresenta probabilmente una delle massime vette creative dei nostri, e al contempo – per certi versi - una delle più isolate.
Nel 1973 i Queen avevano dato allo stampe il loro omonimo esordio, ottenendo un riscontro di critica e pubblico prossimo allo zero. La cosa non deve stupire: il materiale che andava a comporre la scaletta – per stessa ammissione della band – era materiale perlopiù di recupero, risalente alle esperienze pregresse dei singoli membri o all’evolversi della formazione (che si era assestata solo nel 1971 con l’arrivo al basso di John Deacon). Non solo: il tutto era stato registrato – e ri-registrato – nell’arco di un paio d’anni, in un clima di perenne stop&go. La giustapposizione degli elementi in gioco, piuttosto che la loro cooperazione, balza agli occhi ancora oggi…
Con “Queen II” la musica cambia. Il repertorio è “fresco” e il gruppo compatto: le idee trovano terreno fertile per crescere ed essere applicate. Le diverse sensibilità – e in primo luogo quelle di Mercury e di May, che per l’occasione elaboreranno la dicotomia estetica, per la verità un po’ banale, fra nero e bianco – animano un crogiuolo sorprendente di direzioni e colori. Ancora indecisi sulla strada da percorrere, i Queen fanno dell’equilibrismo la loro carta vincente, piuttosto che la loro debolezza: progressive, hard rock, glam, tutto combinato insieme con perizia ed entusiasmo.
Alcune delle soluzioni sperimentate con “Queen II” verranno abbandonate repentinamente. L’anima progressive del gruppo verrà costantemente tenuta a freno, e negli album che seguiranno farà la sua comparsa con il contagocce (per esempio nella splendida Prophet song in “A night at the opera”); maggiore fortuna avrà l’anima hard rock (palese in “Sheer heart attack” dello stesso 1974) e soprattutto quella glam (consacrata dal già citato “A night at the opera” e ribadita da “A day at the races” del 1976). L’equilibrismo verrà archiviato - peraltro a tutto vantaggio delle vendite – e con esso, nel corso degli anni, persino buona parte della scaletta di “Queen II”: già nel monumentale “Live Killer” del 1979 non ce n’è un pezzo che sia uno, e dire che parliamo di un doppio LP (il quale peraltro ospita - ed è significativo – Keep yourself alive tratta da “Queen”). Sulla lunga distanza l’unico brano di “Queen II” che sopravviverà all’oblio sarà Seven seas of rhye: peccato.
Fulgentio
Il minimalismo paga, ma fino a un certo punto: questo soul, pure gradevole, si direbbe non essere valorizzato appieno da degli arrangiamenti che tendono a fare dell'essenzialità la loro ferrea fede. I momenti migliori sono in effetti quelli dove fanno capolino la sezione ritmica e un pizzico di elettricità vintage, non fosse altro perché è in essi che si stempera il carattere per certi versi ancora acerbo di una voce promettente come quella della nostra. In definitiva 12 pezzi non memorabili, ma con un'eleganza in nuce che fa ben sperare: restiamo sintonizzati.
Un album senza senso. Rock spigoloso ed elettronica quadrata si fondono insieme per dare alla luce dieci pezzi noiosi, gratuiti, inconsistenti: qualche guizzo creativo qua e là – fattosi largo tra mille, irritanti bluff – può poco nell'economia di questo The golden foretaste of Heaven, arenatosi su se stesso in virtù di chissà quale percorso intrapreso da Empire. Non ci resta – sulla scia del buon Mauro Roma di Ondarock - che sperare nel futuro.
Il progressive è fuori moda? Pazienza, sembrerebbero rispondere i Far Corner, che con questo Endangered ci ricordano come il genere possa essere altro che retoriche, virtuose piroette nostalgiche: può essere austerità e compattezza, ad esempio, declinate in tinte scure attraverso un lavoro di scrittura ed arrangiamento da manuale. 6 pezzi strumentali densi e affascinanti, e non una primadonna; una personalità smaccatamente anacronistica, ma anche intimamente genuina: in definitiva un ascolto diverso e consigliato.
Impressionante. Nel senso che fa impressione come tre virtuosi quali Tony MacAlpine, Virgil Donati e Villy Sheehan siano riusciti nell'impresa di dare alle stampe un lavoro insipido quando non accademico. Che il genere si presti – ci mette un attimo ad impolverarsi, il prog-rock strumentale – è fuor di dubbio, e tuttavia qualcosa in più si sarebbe potuto fare. Il mestiere che ci aspettavamo beninteso c'è tutto, e tuttavia esso viene declinato perlopiù in forme retoriche: peccato, perché lungo i 9 pezzi di cui si compone questo Clinophobia qualche idea interessante la si coglie. In definitiva un album da prendere con un paio di pinze, forte sulla carta (e in cuffia: le chitarre che fanno muro si direbbero imprescindibili...) ma deboluccio nella pratica.
Pare che i nostri – proiettati da quel di Bologna nell'universo brulicante di vita di MySpace – con il loro esordire abbiano raccolto apprezzamenti un po' ovunque. Non escludo quindi che sia direttamente il genere a non fare troppo per me, giacché questo My lonely and sad Waterloo non mi fa gridare al miracolo. Ben venga l'elettronica “da cameretta” - come ho letto da qualche parte – purché si capisca come al di là delle proprie quattro mura domestiche c'è un mondo intero che si nutre di qualcosa di più che altalenante malinconia adolescenziale in salsa sintetica. Si tratta di aspettare la prossima fatica, magari meno nerd e più concreta ? Può essere.
www.myspace.com/wearemyawesomemixtape
Il mio commento non è chiaro? Vi segnalo questa recensione di RockLab che a mio modo di vedere coglie perfettamente nel segno: http://www.rocklab.it/recensioni.php?id=2030. Buona lettura.
Ascoltare questo Go away white è un po' come guardare un pesce esotico in un acquario: se ne apprezzano colori e traiettorie, sapendo al contempo che le pareti di vetro che lo contengono sono invalicabili. Intendiamoci: questi 10 nuovi pezzi dei redivivi Bauhaus si fanno tranquillamente ascoltare, mettendo tuttavia in chiaro, da subito e inequivocabilmente, come essi non vogliano essere altro che epigoni – più o meno pallidi - di un'epoca quale quella della new wave, indimenticata – certo – e al contempo superata. Vi piace il genere? Bene, godetevi questo gratuito tuffo indietro nel tempo, nell'elettricità abrasiva, nelle ritmiche quadrate, nelle atmosfere cupe delle quali i nostri sono stati convinti e convincenti alfieri. Altrimenti cambiate acquario, e chi s'è visto s'è visto.
Gradevole e divertente, ma senza fare alcunché per lasciare davvero il segno. Questo The sun and the moon, a 2 anni di distanza dall'esordio omonimo dei nostri, consta di 11 canzoni che di rock non hanno che una patina, forti piuttosto di un'intima vocazione latamente popular, ammiccante fra l'altro agli '80. Elettricità ecumenica, scrittura ecumenica... risultato ecumenico, ovvero soddisfacente per tutti e al contempo per nessuno: la farina nel sacco dei Bravery non è chissà quanta, ed andare oltre l'apprezzamento epidermico di qualche episodio appare arduo.
La verità è che ho provato a stendere una mia opinione su questo album almeno una mezza dozzina di volte, di solito senza andare oltre le quattro righe. Perciò perché non prendere il toro per le corna? Premesso sinteticamente come Amen sia la fatica più politica e meno melodica dei nostri, credo proprio che farò ciò che solitamente mi lascia perplesso nelle recensioni che leggo, ovvero andare a zoomare sulle singole canzoni. Pronti?
No steinway / Spaghetti western: l'idea di collocare due ghost tracks all'inizio dell'album sa un po' di masturbazione mentale... e dire che Spaghetti western avrebbe potuto avere ben altri sviluppi.
E così sia: troppo forte la tentazione di aprire la scaletta ufficiale con uno strumentale tanto breve quanto noir, eh?
Colombo: tra le canzoni più sagaci, se non corrosive, di Amen. Intellettualmente ineccepibile, materialmente discutibile: tra le esasperanti distorsioni di Brasini, e il canto “à la Santa Maria Goretti” di Bastreghi, si ha la sensazione che si sia castrato un pezzo potenzialmente memorabile. Eppoi, suvvia: un finale appena meno brusco no?
Charlie fa surf: probabilmente il pezzo più melodico dell'album, epperò fra i meno convincenti. Efficace, per carità, ma deboluccio sul piano intellettuale: a conti fatti uno specchietto per le allodole, non a caso impiegato come singolo.
Il liberalismo ha i giorni contati: splendida! Un Bianconi in gran spolvero e un arrangiamento all'altezza. La combinazione fra un testo durissimo e una base che arriva perfino a profumare di sixties mi ricorda il modo di fare che saltuariamente ho apprezzato in altre produzioni italiane, Gazzé in testa.
L'aeroplano: gradevole nella sua disarmante amarezza, anche se tutto sommato non lascia il segno. Bello il ritornello, in ogni caso.
Baudelaire: fa capolino una vecchia amica dei nostri, ovvero l'elettronica. Pezzo efficace ed interessante, peccato che renda manifesta l'assenza di un tastierista come Massara.
L.: domata la chitarra di Brasini sembra quasi di tornare ai tempi – indimenticabili! - di La moda del lento. Tra i migliori pezzi dell'album: elegante, maestosa, perfino commovente.
Antropophagus: troppo. L'idea di partenza viene schiacciata da un arrangiamento che fa dei muri sonori la sua bandiera. L'outro strumentale è gratuito, c'è poco da fare.
Panico!: un divertissement che in quanto tale lascia un po' il tempo che trova, anche se l'intelligenza alla base di esso un sorriso lo strappa.
Alfredo: come rendere con delicatezza una tragedia come quella di Alfredo Rampi. Bella, niente da aggiungere.
Dark Room: idea interessante, realizzazione scialbetta. Eppoi: con gli archi qualcosina in più si poteva fare...
L'uomo del secolo: un pezzo praticamente massacrato dall'arrangiamento, e dire che il tema si sarebbe prestato a ben altro. Contenti loro...
La vita va: richiede più di un ascolto, ma finisce con il farsi apprezzare. Ricorda altri tempi, magari, ma questo a mio modo di vedere spesso e volentieri è un bene.
Ethiopia: strumentale di cui mi sfugge il senso. Che barbaro che sono...
Andarsene così: pezzo di chiusura, particolare e per certi versi affascinante. Pollice in alto.
Tiriamo le somme? Amen è un album che merita, e che probabilmente va a collocarsi una spanna sopra rispetto a quanto in Italia si ascolta solitamente. Va da sé come qua e là possa lasciare perplessi: del resto i Baustelle made in Warner cominciano forse solo ora a raggiungere un qualche equilibrio. La moda del lento pare ormai quasi del tutto archiviata, sicché non resta davvero che guardare avanti e sperare nel meglio.
Il mestiere c'è tutto, ma non ci troviamo di fronte ad un album accademico: Into the Blues regala più di qualche buona emozione, forte di un equilibrio riuscito fra blues – c'era da dubitarne? - e soul. La cura che informa tutta la scaletta permette di parlare di tredici pezzi eleganti e coerenti fra loro, pur nella diversità delle soluzioni; l'elettricità domina, ma senza cedere a cafonate o a virtuosismi sterili. Su tutto spicca la voce – affascinante! - della Armatrading, autentica mattatrice di questo gioco di incastri magari non memorabile, e tuttavia godibilissimo.
Ho fatto di tutto per farmi piacere, ascolto dopo ascolto, questo album: niente da fare. Seven Season vorrebbe porsi sulla scia di Concerto Grosso I e II, ma mentre questi ultimi rappresentano due capisaldi del progressive italiano degli anni '70, la nuova fatica di De Scalzi e Di Palo ha il sapore stucchevole della gratuità nostalgica. Ciò che aveva un senso trenta e passa anni fa oggi lo ha molto meno, soprattutto se tende ad ammantarsi ripetutamente di retorica: colori barocchi ed elettricità glam sono un connubio stra-abusato ormai un po' troppo avaro di autentiche emozioni. Poi d'accordo: ben vengano i testi in inglese di Shel Shapiro e la produzione esecutiva di Franz Di Cioccio, però non nascondiamoci dietro un dito: la stucchevolezza, tanto più se intellettuale, non paga.
Diciamolo pure: l'estetica musicale dei nostri, per così dire autunnale, si lascia apprezzare. Peccato che, a mio modo di vedere, essa non venga messa del tutto a frutto, vivendo piuttosto di alti e bassi: efficacissimi gli arrangiamenti, in grado di screziare l'elettricità di fondo con acusticità ed elettronica; meno efficaci le melodie del caso, che tendono più volte a soluzioni "già sentite". Bella l'atmosfera dominante - il vero perno di questo indie rock dal taglio domestico, vagamente malinconico se non nostalgico - meno belle le sbandate retoriche nelle quali la creatura di Rob Crow saltuariamente incappa. 11 brani da tenere presente, sapendo che - chissà? - si può anche dare di più.
Parte bene, il nostro, salvo finire per perdersi nell'arco di poco. La consistenza di questi 11 pezzi si direbbe via via scemare, o almeno: l'ascolto tende a farsi distratto, il che evidentemente non è un buon segno. Il fascino dell'elettronica chiaroscurale adottata da Gahan - pure curatissima, intendiamoci - risulta fin troppo stemperato dalle sbandate retoriche di cui la scaletta è disseminata; si aggiunga la tendenza a calcare la mano sulla cattiveria degli arrangiamenti, una tendenza che alla lunga assume i contorni della cafonata. Peccato: perché la voce di Gahan sa essere ammaliante, e viene da chiedersi a quali risultati potrebbe portare se calata in un contesto che - per una volta - prescindesse dai Depeche Mode e dalla loro vocazione.
Quando si dice "essere più realisti del re": quello dei Coral è un album che sembra uscito di peso dai Sixties della leggenda. 11 canzoni gradevoli - a tratti molto gradevoli - che ci riportano ai colori e alle soluzioni di decenni addietro: buono - e filologico - il gusto per la melodia, buona - e altrettanto filologica - l'elettricità composta su cui fa perno il tutto, ma aldilà della apprezzabile pulizia di questo Roots and Echoes, aldilà di questo e di quel rimando (e di quest'altro, e di quest'altraltro ancora), giunti al quinto album cos'hanno davvero da dire i nostri?
E' un songwriting elegante, quello di Brown, e perlopiù sostanzialmente gradevole: 11 canzoni all'insegna di un'acusticità essenziale, con più di un rimando alla scuola di Simon & Garfunkel. Bene così? Non del tutto, perché questo Separeted by the sea - pure non monotono - dopo un avvio brillante tende ad irrigidirsi, finendo per eclissare in parte - allusione dopo allusione - la personalità del nostro. Restiamo in ascolto.